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26 febbraio 2013

A caldo

Ci sarà tempo per analisi più approfondite. Però di certo c'è la consapevolezza del limiti che abbiamo avuto e la speranza e la determinazione di poter fare qualche cosa di posotivo per questo Paese con quella parte di cittadini comprensibilmente delusi e incazzati, ma che desiderano un cambiamento vero. C'è una crisi profonda della Politica. Lo sapevamo. Adesso proviamo a capire se da questa crisi si può uscire navigando in mare aperto senza alcun pregiudizio e guardando a cose concrete sul piano della riforma del sistema (legge elettorale, costi della politica, norme anticorruzione etc) e sul piano del sostegno ai più deboli, al lavoro, a chi è vittima della crisi. Personalmente, ci tornerò su, devo dire molti grazie per espressioni emozionanti, di fiducia, di sostegno, di speranza, per tanti consigli concreti, di merito, su tanti temi. Il mio sentimento è contrastante. C'è del ramarico per la situazione complessiva e soprattutto per la destra che rialza la testa, la consapevolezza di errori da valutare profondamente sul piabo generale, la passione, l'onore, di una grande responsabilità che sento di vivere in un passaggio cruciale e in un rapporto forte con una comunità e con tante persone che sono e saranno attente, vigili, esigenti ...


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permalink | inviato da lulivodelnord il 26/2/2013 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

21 luglio 2006

Un Forum permanente per il Partito Democratico


Le nostre riflessioni e i contributi qui raccolti hanno contribuito a far nascere un nuovo blog ed un importante momento di discussione cui vi invito a partecipare.
http://ForumDemocratico.ilcannocchiale.it




permalink | inviato da il 21/7/2006 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

5 giugno 2006

Verso una forza politica nuova

Per rilanciare la crescita del Paese e renderlo protagonista della nuova fase dell’integrazione europea occorra una forza radicata nella società, capace di dare una nuova direzione di marcia risolvendo il problema storico italiano dell’assenza di un soggetto politico progressista di massa che possa svolgere la funzione che in altri paesi europei svolgono le grandi socialdemocrazie, con una modalità rispettosa delle peculiarità della nostra storia e delle nostre caratteristiche e normative. 

In questo senso deve svilupparsi la proposta di dare forma politica organizzata e permanente all’Ulivo, aperta a tutte le forze politiche e associative e ai singoli cittadini che si riconoscono nel progetto dell’Ulivo, che sia non l’orizzonte tattico degli “ex” che si alleano, ma l’orizzonte di senso del futuro della politica italiana ed europea.


C’è bisogno anche di costruire e comunicare con una semplicità ed una chiarezza maggiore nell’offerta politica, determinante per parlare ai cittadini e agli uomini dell’oggi. Questa esigenza è sentita in maniera ancor più forte nel nord del Paese e può essere determinante anche per le sfide politiche più amministrative, soprattutto nelle grandi Città.


Il progetto di un percorso realmente democratico, aperto e di una forza del Nord, che ne esprima caratteristiche, bisogni e peculiarità, che provi a radicarsi, a diventare forza di popolo, davvero a perta a discussioni, ragionamenti, scelte democratiche. Che nasca qui e poi si federi sulla base di accordi precisi e precise richieste e risposte, con una forza nazionale.

E' il tema su cu vorrei si aprisse una discussione.

Leggi i commenti nella rubrica CONTRIBUTI




permalink | inviato da il 5/6/2006 alle 11:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

5 giugno 2006

Pezzotta: il nuovo Ulivo parta dal basso

L’EX SEGRETARIO DELLA CISL parla del nuovo partito democratico. Non basta fondere insieme le segreterie nazionali. Bisogna partire dalle culture: quella cattolico-democratica, quella socialista, quella liberal-popolare. E da un processo federativo, a forte dimensione regionale, che non offuschi i valori e la visibilità
Savino Pezzotta, abituale frequentatore delle cronache sindacali, fino a poche settimane fa, come segretario della Cisl, oggi è presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, l’economista vittima delle Br. È qui che lo incontriamo. È reduce da un convegno a Brescia della Margherita dedicato al Nord, quella parte del Paese che nelle elezioni politiche non ha voltato le spalle al «berlusconismo». Anche se ora, nel voto amministrativo, i dati di Torino e in parte quelli di Milano, consentono di ipotizzare un qualche ripensamento.
Esiste una questione settentrionale come amano dire i sociologi?
Non voglio perdermi nelle terminologie. C’è stata, a quel convegno, una riflessione sui grandi cambiamenti verificatasi in quest’area più che altrove. La Lombardia, ad esempio, è tra le prime quattro regioni d’Europa: è qui che si produce circa il 20% della ricchezza italiana. Qui risiede il 25% dell’occupazione industriale e, certo, convivono condizioni sociali di difficoltà. Qui si stanno sviluppando una serie di servizi innovativi, ad alto contenuto tecnologico. Se Milano un tempo era la capitale dell’industria, oggi è la capitale del sistema finanziario. È anche la più estesa realtà della frammentazione, del lavoro individuale, dei lavori diffusi che hanno un effetto sul modo d’essere e di pensare delle persone. L’individualismo - non lo dico in termini negativi ­ è più forte che altrove. Sono venute meno quelle che un tempo si chiamavano classi o ceti sociali. Non è possibile governare questo Paese, se non si colgono tali processi di cambiamento.
Tali mutamenti hanno anche effetti negativi sulla società, come quelli inerenti la precarizzazione…
Hanno anche effetti negativi. Però in un contesto culturale diverso. La stessa precarizzazione, alcuni elementi d’insicurezza e d’incertezza, sono percepiti in modo diverso. Contengono un’ambivalenza: c’è chi li vive come una possibilità, soprattutto chi ha più istruzione, più conoscenza e ha più opportunità. I ceti più popolari li vivono invece come un elemento d’insicurezza, rispetto alle proprie prospettive di vita.
E come gioca la politica in tale situazione?
I messaggi, in questo mondo così complesso, più sono semplificati, più sono bene accolti. Il centro destra è così facilitato rispetto all’Unione.
E allora che cosa dovrebbe fare il centrosinistra?
Ha bisogno di determinare, in queste realtà, una visione politica nuova. Occorre una visione complessiva sul dove si va e su che cosa si è. Sennò scatta l’individualismo, il fai da te. Credo che l’Unione, ma anche il sindacato, abbiano bisogno di una riflessione. Se vuoi costruire una nuova unità nazionale devi partire dalle differenziazioni, conoscerle e orientarle.
È un discorso collegato all’ipotesi del cosiddetto partito democratico?
Bisogna uscire dalla debolezza della politica che qui è più evidente che altrove. Essa è data da un sistema bipolare in cui i piccoli partiti possono condizionare i più grandi. Se vogliamo andare, come è giusto, verso una democrazia dell’alternanza, abbiamo bisogno che nei due schieramenti si determinino delle aggregazioni in grado di fare da volano. È un bisogno che riguarda entrambi gli schieramenti. L’ipotesi del partito democratico, per il centrosinistra, è sicuramente un’ipotesi su cui lavorare.
Con quali scelte è possibile determinare tale prospettiva?
Se noi pensassimo che basti mettere d’accordo le segreterie nazionali perché facciano una fusione, compiremmo un errore. Soprattutto nel Nord. Il partito democratico deve avere presenti alcune condizioni. La prima è data dalla dimensione delle culture politiche popolari, quella cattolico-democratica, quella socialista, quella liberal-democratica. Queste culture devono essere presenti in un processo federativo, senza perdere la capacità d’attrazione e di visibilità. È difficile, ma è la sfida vera. Se no ad un certo punto ognuno torna a casa sua. Occorre anche che il partito democratico nasca dal basso, dove le persone riescono meglio a capirsi e incontrarsi. E che abbia una dimensione regionale. Non nego, con questo, il ruolo nazionale, anzi lo ritengo significativamente importante.
Come sarà possibile una ricomposizione sul piano politico, vista che è fallita sul piano sindacale dove forse era più facile?
Perch nel sindacato si è pensato che il processo d’unità fosse il superamento del pluralismo. Occorre invece riconoscere la legittimità delle culture. Guardando al pluralismo come valore, non come freno. Vale anche per il partito democratico.
E i tempi? Esistono già polemiche più o meno sotterranee nei vertici dell’Ulivo su questo aspetto…
I tempi sono quelli di questa legislatura. La discussione su questo punto mi ricorda, appunto, le disquisizioni nel sindacato con Firenze uno, Firenze due, Firenze tre. Il problema non non sono le date, ma la maturazione. I processi politici hanno tempi politici.
Ma è vero che Savino Pezzotta sarà impegnato in questo progetto?
Oggi mi preparo al convegno ecclesiale di Verona, a metà ottobre, sui programmi della Chiesa per i prossimi dieci anni. È un avvenimento importante, fa parte della mia idea di società. Poi sono impegnato nella fondazione Exodus con Don Mazzi che segue le marginalità e ha un progetto educativo per i giovani. Dopodiché, certo: sono interessato alla politica. Mi sono iscritto alla Dc quando avevo 14 anni. Oggi, non avendo più incarichi sindacali, ritorna l’interesse per l’idea di un partito democratico, partendo da una rimotivazione. Occorre far ritornare la politica come qualcosa che interessa il popolo e non solo le elites. Vedo la politica come coinvolgimento, come passione civile. Questo è quel che m’interessa, poi vedremo.
È pentito per quell’amaro addio alla Cisl?
Avrei preferito un percorso d’uscita meno accelerato, più partecipato. La situazione non me l’ha consentito. Piuttosto che creare elementi di frizione ho preferito andarmene prima. Resta, comunque, una storia dietro di me. Preferisco guardare avanti.
Come giudica l’inizio del nuovo governo Prodi?
Abbiamo interesse tutti che questo governo governi. L’opposizione oggi non può mettersi a fare le barricate, per creare ingovernabilità. La situazione economica è quella che è. C’è bisogno di una politica economica rigorosa che non significa sacrifici bensì equità. Sono ad esempio a favore della proposta di Visco: la rendita deve essere tassata come è tassata in Europa. Il capitalismo non è basato sulla rendita, ma sull’innovazione, sulla competizione.
Che cosa ne pensa del giovane nuovo ministro del Lavoro, Cesare Damiano?
L’ho conosciuto da sindacalista. Credo che ce la farà. Anche se avrei preferito non si facesse lo scorporo dei ministeri sociali. Voglio però dire che non si deve pensare che le questioni del lavoro si possano risolvere con normative. È la crescita, lo sviluppo, la ricetta vera. Magari stimolata dalla contrattazione.
Il voto di domenica le ha dato nuove speranze?
Il centrodestra ha sbagliato nel cercare di trasformare queste elezioni amministrative in un plebiscito contro il governo. Gli italiani sanno distinguere. È indicativo il successo di Roma dovuto anche ai modi, alle forme adottate per governare, alle capacità d’aggregazione. E la vittoria di Torino, con quelle proporzioni, testimonia le capacità di Chiamparino. Lo avevo conosciuto per le vicende della Fiat. Un sindaco che stimo molto, premiato per la capacità d’essere interprete della propria realtà.
Lei si definisce un riformista. Ma non crede che ci sia un’inflazione del termine?
Preferisco usare il termine riformatore. Penso che la politica consista nell’operare giorno dopo giorno per la libertà degli uomini, per eliminare quelle cose che non rendono le persone libere. Il riformismo è utilizzato quasi come una politica d’adattamento.

di Bruno Ugolini da l'Unità - 1 giugno 2006




permalink | inviato da il 5/6/2006 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

5 giugno 2006

IL DOCUMENTO di FRANCESCO RUTELLI da Repubblica - 5 giugno 2006

Tutti capiscono l’importanza dell’impresa: dare vita al primo partito del paese, dare al centrosinistra il necessario fattore di guida e stabilità, dare al panorama dei partiti europei una scossa salutare, in grado di ampliare e connettere una nuova alleanza democratica e riformista di centrosinistra. (ho trovato nuovamente Tony Blair, sabato a Roma, molto interessato a questa prospettiva).
Tutti comprendono anche le difficoltà: non è mai accaduto in cent’anni che le principali forze democratico-progressiste si siano unite stabilmente, piuttosto che scindersi; le unioni immature sono fallite in breve tempo. Si tratta di aggregare culture e tradizioni che hanno conosciuto in passato divisioni profonde; di coniugare organizzazioni e rappresentanze di interessi anche assai diversi; di non limitarsi, lo ripeto, all’aggregato di queste forze pur fondamentali (Quercia e Margherita hanno raccolto dieci milioni di voti, hanno oltre un milione di iscritti, vivono nel territorio attraverso decine di migliaia di amministratori - e anche le recenti elezioni hanno marcato successi importanti, dovuti a una classe dirigente diffusa e qualificata).
Oggi, molte delle divergenze del passato sono superate. Basterà, per superare di slancio le difficoltà, la spinta che è venuta dagli elettori, sia con le primarie, sia nelle politiche, che hanno dato all´Ulivo consensi maggiori che non ai nostri partiti separati? E’ la spinta che renderà il processo irreversibile. Ma perché il cammino abbia successo, non dev’essere un’operazione da laboratorio. Deve prevedere tutte le indispensabili garanzie perché nessuno si senta ospite in casa altrui (per non subire egemonie organizzative né egemonie politico-culturali: senza capacità inclusiva e vera integrazione sarebbero fatali diaspore e rotture). Ma deve conquistare, aggregare, far sognare anche i moltissimi che ai partiti non aderiscono.
Occorre fare le due cose insieme: l’unione tra i due grandi partiti, con il coinvolgimento democratico, le garanzie, i processi costituenti, i congressi. E la proposta al paese. Certo: il successo del Governo Prodi non è separabile dal successo della nascita del PD. E sarà Prodi, come leader dell’Ulivo, oltre che premier e leader dell’Unione, a guidare la strategia. Ed hanno diritto ad una risposta anche quanti chiedono: cosa possono fare la "società civile", il popolo degli elettori e delle primarie, i mondi professionali ed associativi, gli amministratori, le esperienze civiche? La mia risposta è semplice. Dobbiamo aprire a questi mondi il processo politico. E chiediamo loro di portare idee, capacità, visioni nuove.
Penso che dobbiamo imparare dalle migliori esperienze europee, spalancando le porte alle intelligenze dei think tank, in rinnovati centri di elaborazione progettuale, senza respingere accenti dissonanti e critici. Che dobbiamo dare vita ad un’attività di formazione di giovani ed amministratori assolutamente esterna agli apparati di partito. Che è assai auspicabile la nascita di vaste associazioni "per il Partito Democratico" formate da donne attive nella società italiana, come da giovani: solo con nuove idee si impongono nuove leadership.
Abbiamo bisogno di associazioni nei mondi produttivi, sociali, professionali. Di aggregazioni dai mondi rigogliosi e vitali della cultura, dello spettacolo, degli intellettuali italiani. Possono fare moltissimo gli eletti locali, Sindaci e Presidenti, che in molti casi, e da tempo, sono espressione di consenso più largo di quello raccolto dai partiti.
Mi faccia ricordare, caro Direttore, che la Margherita - storia di successo, e di reale integrazione, come partito nato dalla fusione e non dalla scissione di altri partiti - insiste molto su tre grandi priorità: pluralismo culturale (nessuno guiderà mai l’Italia su una base anticattolica, così come su un’obbedienza confessionale); autonomia dalle parti sociali e dai poteri economici; ampliamento delle alleanze internazionali nel campo del centrosinistra.
E mi faccia ricordare la cosa più importante: la sfida vera riguarda i valori del futuro. L’attualità richiama alcune di queste sfide, il patriottismo - secondo lo stile Ciampi - che rigetta il minoritarismo. Puntare sulle città come motori di sviluppo (oggi il PD è già nato, di fatto, in alcune realtà metropolitane). Configurare la "scossa" e il cammino della crescita economica attraverso gli strumenti della competitività (molti elementi condivisi si rintracciano nell´"agenda Draghi"). Nasce un partito nuovo - non la somma di quelli esistenti - in quanto inventa il nuovo linguaggio politico del XXI secolo. Assieme a Prodi e con il leale patto di governo dell’Unione siamo impegnati a far ripartire e cambiare l’Italia. Con il Partito Democratico dovremo indicare le riforme e le missioni per tornare a testa alta in Europa, per agganciare il mondo che corre, per fare corrispondere talenti della nostra Patria e reale dinamismo economico, identità culturale e modernizzazione del paese.
Ora impegniamoci per vincere il referendum contro lo stravolgimento della Costituzione. Subito dopo, via al cammino del Partito Democratico.




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23 maggio 2006

Verso una forza politica nuova

Per rilanciare la crescita del Paese e renderlo protagonista della nuova fase dell’integrazione europea occorra una forza radicata nella società, capace di dare una nuova direzione di marcia risolvendo il problema storico italiano dell’assenza di un soggetto politico progressista di massa che possa svolgere la funzione che in altri paesi europei svolgono le grandi socialdemocrazie, con una modalità rispettosa delle peculiarità della nostra storia e delle nostre caratteristiche e normative.

 

In questo senso deve svilupparsi la proposta di dare forma politica organizzata e permanente all’Ulivo, aperta a tutte le forze politiche e associative e ai singoli cittadini che si riconoscono nel progetto dell’Ulivo, che sia non l’orizzonte tattico degli “ex” che si alleano, ma l’orizzonte di senso del futuro della politica italiana ed europea.

 

C’è bisogno anche di costruire e comunicare con una semplicità ed una chiarezza maggiore nell’offerta politica, determinante per parlare ai cittadini e agli uomini dell’oggi. Questa esigenza è sentita in maniera ancor più forte nel nord del Paese e può essere determinante anche per le sfide politiche più amministrative, soprattutto nelle grandi Città.

 

Il progetto di un percorso realmente democratico, aperto e di una forza del Nord, che ne esprima caratteristiche, bisogni e peculiarità, che provi a radicarsi, a diventare forza di popolo, davvero a perta a discussioni, ragionamenti, scelte democratiche. Che nasca qui e poi si federi sulla base di accordi precisi e precise richieste e risposte, con una forza nazionale.

E' il tema su cu vorrei si aprisse una discussione.




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